sabato 23 febbraio 2008

Angese


Oggi alla Libera Università di Alcatraz chi gli ha voluto bene ricorda Angese, al secolo Sergio Angeletti. Angese è stato uno dei protagonisti di un'epoca libera e straordinaria della Satira e del giornalismo grafico italiano (cioè dell'arte fuori dai musei fisici e mentali) restando una persona libera e straordinaria malgrado i ventennali, i trentennali e i quarantennali in cui periodicamente si fa il funerale ai furori giovanili di un tempo. Anch'io oggi piango, piango l'uomo e il paese ingrato dove la Satira devi andartela a cercare su internet ed è sparita dalle scuole, dagli autobus, dagli uffici e dai bar dove faceva meglio il suo dovere. Ciao Angese

mercoledì 20 febbraio 2008

GLI INTRUSI -2 (meglio tardi che mai)

Grafite al neon.
(Francesco Chiacchio, Miracolo a Polignano)

Tornando in nave dalla Grecia, terra di iceberg di roccia nera, le coste della Puglia sembrano un foglio di carta che galleggia sul mare. Quando il vacanziero scorge in lontananza lo zoccolo di scoglio di Polignano si ricorda che su quel foglio ci vivono degli umani che ci scrivono su, da secoli, le stesse frasi. In questa gita grafica per la provincia barese l’intruso fiorentino Chiacchio non si è fatto distrarre dall’azzurro troppo azzurro del mare e del cielo raccontandoci a matite morbide una Polignano dura e illuminata dai neon. Spazi marini e interni bui si alternano confondendosi e confondendo tempi e luoghi, caverne platoniche e jazzisti, filosofi greci e contrabbandieri. Che Francesco Chiacchio sia un maestro della narrazione e delle matite è ormai chiaro, anzi scuro.

Chapeau!
(Alessandro Tota, Fratelli)

Se il compito di un artista è quello di mettere e mettersi a nudo Alessandro Tota è destinato a rimpiazzare presto nel cuore dei francesi (popolo che attualmente lo ospita) il ricordo di Rosa Fumetto nella nobile arte dello spogliarello.
Con una padronanza musicale del ritmo, dei silenzi e delle pause che fa paura Tota ci porta in giro per una Bari sbiancata dalla luce e tra i casi suoi più intimi all’ombra di una tapparella abbassata. Tra interni ieratici di oggetti e umani silenziosi degni di Vermeer e sciatterie art brut Tota snoda una via crucis quotidiana alla fine della quale ci si sente più affranti della povera mamma di questi due mascalzoni ma con la consolazione di aver scoperto una stella internazionale della poesia a fumetti dei prossimi anni.

P.S. da una città nelle cui case si appendono i quadri di Piccinni e Franz Borghese non si può che scappare.

Patatine con sorpresa.
(Roberto La Forgia, Patatine)


Quelli di Roberto La Forgia sono bambini cosmici di quelli che trovereste a roteare nella loro placenta ai confini spazio-temporali dell’universo in un film di Kubrick. Ma a differenza loro questi enfants terribles di Capurso non resterebbero in attesa di ricongiungere l’anello del tempo ma darebbero un calcio nelle palle all’ignaro astronauta e fuggirebbero sghignazzando. Patatine è una giostra impazzita su cui si può salire da ogni vignetta ma è praticamente impossibile scendere. Si fugge, si pedala, ci si nasconde e alla fine si è stanchi ma felici. Se Roberto la Forgia fosse negli States a quest’ora i suoi characters sarebbero sulle felpe e i cappellini di tutti i teenagers americani e la Warner starebbe producendo il loro secondo lungometraggio. Per fortuna questo non accade perché altrimenti Roberto spenderebbe tutto in patatine o qualsiasi altra sostanza che colmi momentaneamente il pozzo senza fondo della sua fantasia.

Il tema del momento (ce n'est qu'un début?)
(Pasquale La Forgia, La Vita Vera)

Quando la mano morta del fumetto esce dal coma sgranchisce le falangi in giochi grafici di prestidigitazione ma tira anche cazzotti.
Con uno stile staminale che vagabonda tra il Pericoli dei ’70, Miguel Pavia, Glaser e l’osservazione dal vero Pasquale La Forgia esordisce sulla scena del fumetto italiano con un colpo di pistola. E’ un colpo che però non uccide ma, al contrario, prova a resuscitare un nobile “genere” narrativo sia letterario che cinematografico ma che negli anni ’70-‘80 trovò nel fumetto, per flessibilità, rapidità e popolarità dello strumento (marxianamente: per la povertà dei mezzi di produzione), il suo spazio ideale.
Per la verità si trattò di una tendenza soprattutto francese (Lauzier e Bretecher) e che in Italia rappresentarono brevemente (tra i pochi) il citato Pericoli con Pirella e il fiacco Staino.
Parlo della short -story di critica politica e di costume (come separarle?), critica sempre “a tesi” e bozzettistica ma proprio per questo capace di penetrazione storica e psicologica acuminata come il caso del bel debutto di Pasquale La Forgia che lascia ben sperare anche in una riscossa del genere.
Per tutti i personaggi principali de La Vita Vera (burattinai e burattini, biologi e criceti mediatici) la “realtà” può essere una merce come un’altra da simulare o un mito impalpabile da inseguire ma entrambi contribuiscono ad allargare il solco tra vita e la sua rappresentazione. Inevitabilmente, ineluttabilmente. Sullo sfondo il fossile preistorico dell’uomo di Altamura da milioni di anni guarda il tutto con il suo inevitabile sorriso scarnificato.

I fiorellini del male
(Amanda Vähämäki, La creatura )

Tra gli autori la finlandese Amanda Vähämäki - sicuramente l’intrusa più aliena in missione sul pianeta Puglia- stupisce per la capacità di penetrazione nel cuore opprimente di un’adolescenza in provincia. La porta d’ingresso che sceglie è quella di far affondare l’occhio negli arabeschi marcescenti del grembiule di una nonna e delle sue rughe, nel marmo maculato dei pavimenti, nel floreale assurdo di tovaglie di plastica che riflettono il caleidoscopio chiassoso di un manga alla tv. E’ un tinello di una psichedelia brulicante e paludosa dove si invischiano tre generazioni di donne e da cui la "creatura" -che, zaino in spalla, danza tra linee invisibili e muri veri- speriamo fuggirà. Pagine da cui si esce unti di una tristezza che non va via con una doccia.



Potrei scrivere ancora della superba eleganza degli interludi marini di Cattani, dei potenti ex-voto grafici di Fior, Nanni, Bruno, Corona (cosa aggiungere al miracolo di S.Rocco che, apparendo in un rave, salva con un coro d'angeli il dj che si è dimenticato i cd? ) ma fate prima a correre a comprare Gli Intrusi e assicurarvi così un posto in prima fila per assistere al futuro del fumetto. A tutto quello che può ancora essere, dire e fare questa arte che, per dirla con ElTofo, è di retroguardia e insieme d’avanguardia.
Per gustare l’opera di questi giovani maestri di questa giovane arte e poter dire “io c’ero”, anche se da Intruso.

sabato 27 ottobre 2007

La strata in fonto alla villa

(scombinata e frammentaria recensione prima di un treno per Bergamo)



E' in libreria gli INTRUSI (coconino press), erano vent'anni che lo aspettavo.


1980, in una casa sull'adriatico meridionale un ragazzino rovista sotto al comodino di suo cugino più grande. Cerca emozioni forti, riviste con curve e peli femminili, numeri dell'Espresso con strani ribelli con passamontagna e pistola, fumetti leggeri e colorati ma pieni di cazzi, fighe, e mostruose facce di politici. Quel comodino è la caverna di Alì Babà, un pozzo inesauribile di tutto ciò che è emozionante e proibito, proibitissimo e infatti i fogli ingialliti che le sue mani cercano più avidamente si chiamano, non a caso, IL MALE.
Aprendo una di queste riviste dalle piegature strane e scomode vede improvvisamente un disegno che gli salta addosso per la familiarità di ciò che descrive. E' di un autore che ha imparato a riconoscere ed amare, da subito familiare perchè il suo segno è simile a quello dei fumetti disney con cui gli hanno insegnato a leggere. Ma quei guanti gialli ora stringono pistole e siringhe, quei corpi gommosi vibrano sensualmente ed entrano in risonanza con qualcosa che ormai da mesi lo prende allo stomaco e che non sa spiegare. Forse vorrebbe infilarsi un passamontagna e sparare, forse leccare quelle curve che finiscono nella radura, finirà per prendere in mano la cosa che somiglia di più al suo piccolo cazzo e comincerà a disegnare.
Ma quel disegno che gli è saltato addosso è diverso dagli altri perchè non mostra Paperopoli nè Topolinia, nè il deserto dell'Arizona nè le strade di San Francisco. Di strada ne mostra una ed una di quelle che conosce bene, calda, deserta, con le sue case basse e brutte, i suoi alberelli ridicoli più simili a scope rovesciate, i suoi bar e i suoi tabacchi tristi e appesi come le loro insegne a bandiera.
La presenza di un carrarmato sovietico non toglie realismo alla scena. Se siete cresciuti in provincia, avrete sentito anche voi il pomeriggio un carrarmato silenzioso aggirarsi e premervi sullo stomaco.
La carta ingiallita sembra essersi animata e aver abbracciato in un cerchio il ragazzino, quello che è davanti ai suoi occhi è anche quello che c'è alle sue spalle e attorno a lui, lo specchio si è rotto, il fumetto è entrato nella sua vita.
Quel vecchio pazzo di Scòzzari da qualche parte ha sostenuto che Pazienza ha rivoluzionato il fumetto perchè (cito a -incerta-memoria) con lui sono entrati nelle tavole i vespini che impennano, gli zaini, i lavandini con i piatti a mollo.
Anch'io se pensando all'arte del fuorisede di San Severo mi incanto soprattutto davanti al fotogramma di un braccio in tensione che regge una busta della spesa, all'alito di vapore di due studenti che bigiano la scuola in un parco pubblico d'inverno (a quello che -solo per intenderci- chiamerò REALISMO) è forse perchè quel pomeriggio mi insegnò che qualsiasi mondo, anche il mio mondo, poteva essere mostrato e raccontato.
Il "realismo magico" di Pazienza, che lo assolve e riscatta definitivamente da ogni possibile stonatura da "posa" maledettistica, resta il nucleo e la lezione più forte della sua arte che ha seminato frutti meravigliosi che vanno ben oltre le imbarazzanti schiere di imitatori.
Pazienza definì il suo essere pugliese fatto da una meridionalità alla Mohammed Alì, orgogliosa e rissosa e forse senza volerlo ha reso possibile una generazione di Black Panthers del fumetto pugliese (che da qualche giorno in libreria ve le suonano di santa ragione) a cui ha soprattutto insegnato che anche "la villa in fonto alla strata" meritava di essere raccontata senza sentirsi obbligati a scappare o restare.
(1-continua...)

venerdì 28 settembre 2007

CHE* (piccola pubblicità)


E'in libreria per Rizzoli il romanzo grafico Che, sceneggiato da Héctor Osterheld e disegnato da Alberto ed Enrique Breccia (padre e figlio).
Pubblicato per la prima volta in Argentina nel 1968, Che è un’opera straordinaria dalla vicenda editoriale incredibile e straziante, una vera orazione civile di tre intellettuali di un paese che sarebbe sprofondato presto in una lunga notte della democrazia.
E dalla notte sembrano provenire le chine di Alberto Breccia che paiono impastate con la terra e la paglia della stessa selva boliviana che descrivono, quell’intrico di ombre che nasconderanno e intrappoleranno gli ultimi giorni del rivoluzionario argentino.

Sono tavole di una bellezza stordente, che sembrano incise nella carta e che trasudano della lezione dei muralisti messicani, dell’espressionismo tedesco ed anche delle “solarizzazioni” della coeva Pop Art nord-americana, il tutto reinventato dallo stile di uno dei più grandi maestri dell’immagine contemporanei, Alberto Breccia.
Un libro imperdibile.
(nella foto da sinistra: Mordillo, Alberto Breccia, Carlos Sampayo, accovacciato: Altan. A Lucca nel '75 appena sbarcati dal Granma)

venerdì 21 settembre 2007

L'ITALIA si è DESTA!


(Grillo Giuseppe, Pertini Sandro, Ricci Antonio 1983)
p.s. Avrei potuto cancellare un personaggio sulla destra come fecero con Trotsky o, qualcuno , con Ferdinando Adornato, ma il vecchio Antonio Ricci credo sia molto meglio di quello che può sembrare. Lo penso soprattutto dopo aver letto un suo piccolo libro , un concentrato di intelligenza di cui riporterò qualche riga appena riuscirò a farmelo restituire.

martedì 11 settembre 2007

THE LINE (chiedi chi erano i Beatles)

Un giovane e talentuoso amico mi chiede chi fosse Al-THE LINE- Hirschfeld.
(immortalato nella prima immagine da Bob Staake con un ritratto "alla garretto")
Resto incredulo (Rob non eri serio, vero?), Al Hirschfeld è stato uno dei più grandi disegnatori del '900.
Ma percossi e attoniti si resta soprattutto nello scorrere i suoi capolavori.
Tutti gli illustratori contemporanei gli devono qualcosa, anche senza sospettarlo, e la Disney l'ha consacrato nel 2000 dedicandogli il più bell' episodio del nuovo Fantasia.
Un illustratore italiano che -dalle pagine de La Repubblica negli'80- ha un po'occhieggiato al grandissimo è stato Ettore Viola.
Ma difronte a "King Al" ogni parola è di troppo e bisogna solo sgranare gli occhi.
Signori, THE LINE:













sabato 8 settembre 2007

V-DAY!



Non so voi ma io oggi vado a firmare la proposta di legge popolare "parlamento pulito" al banchetto di raccolta firme più vicino. Se non sapete cos'è siete vissuti in un bunker durante gli ultimi tre mesi. Se non vedete o capite il problema allora fate parte del problema (presto su queste pagine la rubrica "piccoli carrieristi crescono" ).
Se (per dirne solo una tra le meno gravi) chi ciancia di partecipazione democratica si presenta con le liste bloccate mi ha perso per sempre. Nel mio cervello 2+2 fa sempre 4 e non 5. Si tratta di logica oltre che di etica. L'accusa di qualunquismo diventa un complimento di questi tempi.



Grazie a Massimo Bucchi per il la dose quotidiana di intelligenza con cui da 30 anni smonta l'ideologia ormai estenuata della retorica democratica.
Grazie a tutta la satira che ci ricorda che il 2+2 del potere non farà mai 5.
V!

mercoledì 29 agosto 2007

Carta Nascosta (diario di un tarlo)







L'ultimo giorno di vacanza mi è capitata una cosa che, benchè ateo-materialista, ritengo un segno che mi invoglia a continuare questo blog. Spostando un vecchissimo armadio nella casa ormai vuota dei miei nonni ho trovato abbandonato sul tetto di quel mammuth di legno tarlato un numero de L'Asino datato 11 agosto 1901.
La contentezza è stata multipla perchè non solo sono un fan di Galantara ma - stupendomi di aver trovato una copia (nascosta) di una rivista satirica anticlericale in una casa che era stata di conservatori cattolici - ho cominciato a fantasticare che fosse appartenuta a "Zio Luigi" fratello maggiore di mio nonno che decise di non sposarsi, che aveva vissuto a Parigi e che morì nel '16 in una guerra in cui non credeva e che non voleva.
Lo immagino adolescente arrivare a casa furtivo con una copia de L'Asino sotto la mantella. Lo vedo leggerla in bagno o sotto le lenzuola. Lo vedo nasconderla su quell'armadio.Lo vedo soprattutto perchè tanti anni fa trovai sul ripostiglio più alto del bagno una copia tumefatta de il Male che mia sorella nascose non per il conservatorismo dei miei ma per la quantità di cazzi presenti inadatti ad una tredicenne.

sabato 18 agosto 2007

La ragazza di Ipanema vista da Montale

(...)

Leggiadra ti distendi
sullo scoglio lucente di sale
e al sole bruci le membra.
Ricordi la lucertola
ferma sul masso brullo;
te insidia giovinezza,
quella il lacciòlo d'erba del fanciullo.
L'acqua' è la forza che ti tempra,
nell'acqua ti ritrovi e ti rinnovi:
noi ti pensiamo come un'alga, un ciottolo
come un'equorea creatura
che la salsedine non intacca
ma torna al lito più pura.
Hai ben ragione tu!
Non turbare
di ubbie il sorridente presente.
La tua gaiezza impegna già il futuro
ed un crollar di spalle
dirocca i fortilizî
del tuo domani oscuro.
T'alzi e t'avanzi sul ponticello esiguo,
sopra il gorgo che stride:
il tuo profilo s'incide
contro uno sfondo di perla.
Esiti a sommo del tremulo asse,
poi ridi, e come spiccata da un vento
t'abbatti fra le braccia del tuo divino amico che t'afferra.

Ti guardiamo noi, della razza
di chi rimane a terra.

(Eugenio Montale, Ossi di seppia)

Buone vacanze e che la bellezza sia con voi (o poco distante)

mercoledì 8 agosto 2007

LIVIO APOLLONI un Sasek de noantri

Se amate Miroslav Sasek e i suoi libri sulle capitali del mondo cercate questo libro di Livio Apolloni, squisito illustratore e vignettista (particolarmente attivo sul Travaso degli anni '50) e capirete quanto i volumi del Cecoslovacco fossero apprezzati a tal punto da creare -forse- un "indotto imitativo".






























Ma il libro di Apolloni e Livio Jannattoni (per i testi) è molto di più di un semi-apocrifo occhieggiante persino nel titolo (Questa Roma) alla serie di Sasek. Davanti ai miei occhi si sono squadernati degli splendidi acquerelli in grande formato che non hanno niente da invidiare (nè da spartire) con le sublimi sagome piatte del maestro di Praga.
Apolloni, meno sperimentatore e "moderno", più italiano, provinciale e legato alla bella pittura sembra comunque arrivare per strade tutte sue e con uguale dignità alle prospettive impossibili di Steinberg (guardate il volo d'uccello su Roma in B/N!) o alla leggerezza assoluta di un Sempè.
Ma perchè divento così professorale quando parlo di pupazzi?Scusatemi.
Il libro (che ho comprato, durante una delle mie lunghe passeggiate romane, dai baracchini di lamiera scagazzata dai piccioni sul lato stazione di piazza Esedra) ha un odore di muffa incancellabile e non capisco se si tratta di una ristampa anastatica o di una copia del 1967 della "Libreria Frattina Editrice", anno che ho desunto dalla firma datata di Apolloni sulle tavole visto che il volume -caso stranissimo- non ha un cazzo di anno e luogo di stampa scritto da nessuna parte.
Il Web interrogato e setacciato non rispose.
Io l'ho pagato 7 euro e il bouquiniste scagazzato mi sembrava grato per averlo liberato da un peso inutile.
Amo Roma e ora anche Apolloni, lo cercherò ancora tra la carta dimenticata.
Buona visione.